UN BLOG SULLO STUDIO DELLA MENTE
Quale può essere un possibile collegamento tra il DSM-V e il pensiero di Gragory Bateson? In particolare mi riferisco ad alcuni passaggi dei Metaloghi in cui Bateson discute con la figlia di regole, di come essere critici e irriverenti verso di esse ma allo stesso tempo di quanto siano necessarie per avere dei punti fermi e continuare a fare i suoi bei giochi con la bambina.
Dalle discussioni a scuola con i didatti e i miei colleghi posso dire di esser d’accordo sulla necessità dell’irriverenza verso la diagnosi: per capire davvero cosa un sintomo ci vuole dire, quale disagio personale e relazionale vuole comunicare, quale dinamica familiare sta “proteggendo” il paziente designato. E per capire non si ci può chiudere in schemi precostituiti, o rientrare per forza in spiegazioni valide per tutti e paradigmi.
Come scrive Pietro Barbetta nel suo libro La follia rivisitata
“… la follia… esercita il ruolo del dissenso dalla logica dal modo di pensare corretto…”
Leggendo il libro si può capire come il sintomo può essere una protesta allora, un modo di ribellarsi a un sistema familiare, sociale.
Se lo incaselliamo nello schema della diagnosi e lo “raddrizzaiamo” , magari a volte con medodi restrittivi, togliamo libertà all’individuo, impedendogli di esprimere il suo sentire.
Per questo l’irriverenza è necessaria per capire il significato profondo di tanti comportamenti all’apparenza strani, senza senso.
Tuttavia, dico, non ci può essere irriverenza senza regole. Come faccio a essere irriverente se non ho qualcosa da decostruire, da cui spostarmi?
E inoltre in un mondo pieno di stimoli diversi, contradditori, stridenti tra loro, come fare per trovare almeno una via da seguire?
Una regola, una categoria diagnostica servono a trovare dei punti di riferimento e ad orientarsi.
Importante non assumerle come assolute. Relativizzarle quindi, contestualizzarle e essere irreverenti quanto basta per trovare poi vie nuove e impensate che diano un senso positivo al nostro stare al mondo.
Irriverenti come lo era anche la filosofa Maria Zambrano: un tempo, come lei stessa ha raccontato, mentre a una lezione di filosofia meditava di abbandonare lo studio della materia, vede entrare un raggio di luce e comprende che la filosofia è invece la sua strada. Cosa è successo? Ha visto la luce dall’ombra, ovvero da un'altra prospettiva, da uno sguardo che non era più dentro al pensiero unico ma fuori. Uno sguardo da un altrove che le permetteva di vedere e capire tante cose in più e fare uno spostamento.
Serena Fuart